
Le ombre si muovono pigramente sul muro.
Le guardo cambiare lentamente.
Sono grigie.
Una tazzina aspetta sul tavolo.
La prendo tra le mani.
Il silenzio accompagna gesti ricorrenti.
Anche il rumore.
Il suono dei passi.
Una voce nella stanza accanto.
La casa che si riempie e si svuota.
Non c’è un momento perfetto da aspettare.
C’è questo momento.
Colori della terra.
Superfici irregolari.
Non è qui che comincia il wabi sabi.
Comincia molto prima.
Nel modo in cui abito un gesto.
Nel tempo che gli concedo.
Nella presenza con cui scelgo di attraversarlo.
Vedere o guardare.
WABI SABI LIVING
Il wabi sabi è una pratica quotidiana, incarnata.
Riguarda il modo in cui vivere il tempo, gli oggetti, gli spazi e le relazioni.
Vivo e lavoro a Milano.
In una città luminosa, veloce, stratificata.
Non in Giappone.
Non in un contesto tradizionale.
Non in uno spazio sospeso fuori dal tempo.
Ed è proprio da qui che nasce la domanda:
come vivere il wabi sabi oggi, concretamente, nella vita reale?
Vivere il wabi sabi fuori dal Giappone
Il wabi sabi nasce in un contesto culturale preciso.
Ma non è mai stato un insieme di regole da applicare o forme da imitare.
È una disposizione dello sguardo, una pratica dell’attenzione.
Viverlo oggi, fuori dal Giappone, significa tradurre, incarnare, non copiare.
Tradurre nel proprio corpo.
Nel proprio spazio.
Nel proprio tempo.
Per me, questa traduzione passa attraverso:
la pratica artistica
la meditazione
il lavoro con la materia
la quotidianità abitata, non idealizzata
Il wabi sabi non è qualcosa da “aggiungere” alla vita.
È un modo di stare in ciò che già c’è.
Luce e ombra: una polarità viva
Si cita spesso Il Libro D’ombra di .
È un testo fondamentale, parla del rapporto luce ombra che amo profondamente.
Ma ridurre il pensiero giapponese a una celebrazione della penombra è una semplificazione.
In Giappone, la relazione tra luce e ombra è dinamica, non ideologica.
È una polarità viva.
Il mio studio è luminoso.
Bianco.
Attraversato dalla luce naturale, che cambia attraverso le ore e le stagioni.
Non perché rifiuti l’ombra, ma perché la luce è ciò che permette alla materia di mostrarsi.
Le ceramiche prendono forma nella luce.
I gesti diventano leggibili nella luce.
Il tempo lascia tracce nella luce.
Per me, Wabi Sabi Living è anche questo:
non fuggire la chiarezza, ma abitare ciò che si rivela.
Oggetti in uso, non oggetti in scena
Tuttavia gli oggetti wabi sabi non sono oggetti “belli” nel senso decorativo.
Sono oggetti vissuti.
Una tazzina sporca di caffè.
Un bordo consumato.
Una superficie che cambia nel tempo.
Non sono difetti da correggere, ma segni di relazione.
Tracce di una presenza.
È per questo che creo tazze, tazzine, ciotole: contenitori di presenza.
Perché accompagnano la vita quotidiana.
Perché sono fatte per essere usate, non esposte.
Il caffè, per me, è un rituale centrale.
Un gesto semplice, ripetuto, reale.
Un momento di presenza.
Non una cerimonia idealizzata, ma una pratica quotidiana.
Un piccolo spazio di consapevolezza che segna l’inizio, la pausa, la soglia.
In questo senso, il caffè diventa una forma di meditazione informale.
Un gesto che non chiede perfezione, ma attenzione.
Wabi Sabi Living e pratica della presenza
Pratico meditazione da anni.
Sono insegnante di mindfulness e lavoro come arteterapeuta.
Nella mia esperienza, il wabi sabi non è separabile dalla pratica della presenza.
Non è un’estetica da osservare, ma un modo di stare.
Wabi Sabi Living non significa “fare meno”.
Significa esserci di più.
Nel gesto.
Nel tempo che serve.
Nel limite.
È un allenamento dello sguardo, prima ancora che della mano.
Un modo di riconoscere quando fermarsi, quando lasciare andare, quando e come accogliere ciò che emerge.
Kintsugi: integrare, non cancellare
Il kintsugi è spesso frainteso come tecnica decorativa.
In realtà è una filosofia della riparazione.
Nel kintsugi, la frattura non viene nascosta.
Viene integrata.
Questo vale per gli oggetti, ma anche per le relazioni.
Per i percorsi personali.
Per le biografie.
Wabi Sabi Living significa anche questo:
non cercare una continuità perfetta, ma una continuità onesta.
Accettare che qualcosa si rompa.
E decidere come prendersene cura.
Spazi che respirano
Nella tradizione giapponese, lo spazio non è rigido.
È fluido, modulabile, temporaneo.
Anche questo è traducibile oggi, senza imitazioni letterali.
Uno spazio wabi sabi non è una scenografia.
È un luogo che cambia nel tempo, che si adatta a chi lo vive.
Il mio studio è uno spazio di lavoro, di pratica, di incontro: fluido, tutto può essere spostato.
Non un luogo da visitare, ma uno spazio da abitare.
Una pratica individuale, non un format
Wabi Sabi Living non è un’esperienza da consumare.
Non è un evento.
Non è un format.
È un percorso.
E ogni percorso è diverso.
Richiede tempo.
Per questo il mio lavoro oggi si articola attraverso:
mentoring
pratica artistica
Wabi Sabi Academy
Non propongo percorsi standardizzati.
Ma accompagnamenti costruiti nel tempo, a partire dalla persona.
Il Wabi Sabi Culture Club nasce da qui:
non come accesso immediato, ma come spazio di continuità per chi ha già iniziato a praticare.
Vivere wabi sabi, oggi
Quindi vivere wabi sabi oggi significa:
scegliere ciò che resta
abitare ciò che c’è
accettare ciò che cambia
Non è rinuncia.
È connessione col presente.
Wabi Sabi Living è una pratica che si estende alla casa, al lavoro, alle relazioni, ai gesti quotidiani.
Al modo in cui beviamo un caffè al mattino.
Al modo in cui abitiamo il tempo.
È una via possibile, concreta, quotidiana.
Vivere wabi sabi oggi.
Scegliere ciò che resta.
Abitare ciò che c’è.
Accettare ciò che cambia.
Presenza.
Il wabi sabi attraversa la casa, il lavoro, le relazioni, i gesti quotidiani.
Il modo in cui prendiamo una tazza tra le mani.
Mani che lavorano.
Mani che tagliano le verdure.
Mani che creano, mani che intrecciano.
Fili e racconti scritti.
Di trame banali e quindi uniche.
Normali.
Il modo in cui attraversiamo una stanza.
Il modo in cui lasciamo che il tempo lasci le sue tracce.
Non cerca una vita senza imperfezioni.
Rimane dentro ciò che esiste.
Una pratica quotidiana.
Nella luce.
Nei gesti.
