Tecnica Shino: fuoco e trasformazione nella ceramica giapponese

Due ciotole in ceramica Wabi Sabi, cotte al forno a legna secondo la tradizione giapponese, con tecnica Shino con

Shino

Semplice, non facile.
Bianco con effetti di fuoco e cenere, arancio,
punte di spillo, buccia di mandarino.
Un’intenzione.
La preparazione.
Lo smalto.
Affido al fuoco che farà il resto.
Il fuoco finisce il mio lavoro e rivela la bellezza nascosta così come le imperfezioni.
C’è un nome per ogni errore che diventa poesia.
La ricetta conta, ma non è sufficiente.
E’ il come delle cose che si rivela.
Trasformazione.


Cos’è la tecnica Shino

Lo Shino non è uno smalto.
È un processo.

Ho sempre cercato superfici capaci di trattenere un’esperienza, un’emozione.
Superfici come luoghi, come atmosfere.
Spazi nei quali il tempo non fosse nascosto, ma reso visibile attraverso una traccia.
Nel lavoro ceramico contemporaneo incontro spesso superfici controllate, riconoscibili, riproducibili.  La tecnica Shino  apre a un’altra possibilità.

Non si limita a rivestire la forma: rende visibile il processo che l’ha attraversata. Ogni volta è differente anche quando la ricetta è la stessa.


Origine della tecnica Shino nella ceramica giapponese

Il termine Shino ha un’origine incerta. Potrebbe derivare da shiro, la parola giapponese che indica il bianco, oppure essere legato al maestro del tè Shino Soshin (1444–1523), che possedeva una tazza bianca con questo particolare smalto.
La tecnica Shino nasce in Giappone nel XVI secolo, durante il periodo Momoyama, nel contesto della ceramica legata alla cerimonia del tè.
Per lungo tempo questa tradizione è stata dimenticata, fino alla sua riscoperta nel Novecento da parte di ceramisti giapponesi come Arakawa Toyozo e Kato Tokuro, che hanno riportato l’ attenzione verso superfici dense, opache, attraversate dal fuoco.
È per questo che si parla di tecnica Shino e non semplicemente di smalto.
Non è soltanto uno smalto da applicare sulla superficie della forma, ma una relazione complessa tra materia, forno, gesto e tempo.
È proprio questa relazione ad aver attirato la mia ricerca: non la possibilità di ottenere una superficie controllata, ma l’incontro con una materia capace di rivelare il proprio divenire e liberarsi dai confini limitati del mio controllo.
Una superficie nella quale il fuoco non viene nascosto, ma rimane presente come memoria della trasformazione.


Una superficie che non si può controllare

La superficie dello Shino non è mai identica.

Dipende dallo spessore dello smalto, dall’atmosfera di cottura, dalla posizione nel forno e dal tipo di legno.

Ogni pezzo è quindi irripetibile.

Nel mio lavoro, lo Shino sviluppa sottotoni che cambiano nella profondità della superficie: vira al bordeaux quando lo strato è più sottile, al grigio quando lo smalto si accumula.

Non è una scelta estetica nel senso tradizionale del termine. È il risultato di una trasformazione, di una relazione tra materia, fuoco e tempo.

La stessa ricetta non produce mai la stessa superficie.

Perché ciò che emerge non appartiene soltanto allo smalto.

Appartiene all’incontro.

Al momento unico della cottura.
Alla fiamma.
Alla materia.
Al gesto che l’ha accompagnata.

Anche l’artista lascia una traccia.
Non un’impronta che domina la forma, ma una presenza dentro il processo.


La cottura: gas, anagama e noborigama

Questa trasformazione avviene nel fuoco.

Lo Shino prende forma attraverso una relazione complessa tra smalto, atmosfera di cottura, temperatura e tempo.

Nella mia ricerca ho osservato come le cotture ad alta temperatura, sia a gas che a legna, determinino il carattere finale della superficie.
In particolare
, nei forni a legna della tradizione come anagama e noborigama, la relazione con la fiamma,
e la durata della cottura partecipano alla creazione dell’opera: il fuoco non è soltanto un mezzo, ma una presenza attiva. Noi lo chiamiamo il Maestro del fuoco.

Anche nei forni contemporanei, come i train kiln, il processo rimane aperto e conserva una dimensione di imprevedibilità. La cottura è rapida e intensa: pochi giorni rispetto alle settimane o ai mesi delle cotture più lunghe, ma ugualmente capace di trasformare profondamente la materia.

Per questo motivo la tecnica Shino non può essere ridotta a una formula.

Richiede conoscenza dei materiali, esperienza del forno e soprattutto una relazione diretta con il processo: preparare, accompagnare, osservare ciò che emerge.


Tecnica Shino e pratica artistica

Nel lavoro ceramico contemporaneo esiste spesso il desiderio di costruire una forma coerente, riconoscibile, controllabile.

Lavorare con lo Shino significa invece accettare una perdita di controllo.

Non si tratta di aggiungere, ma di togliere. Una sottrazione che non riguarda soltanto la materia, ma anche le aspettative, l’idea di un risultato già definito.

La forma viene preparata, lo smalto viene applicato, il pezzo viene accompagnato fino al forno. Poi viene consegnato al fuoco.

Nel mio percorso, la tecnica Shino non è una finitura, ma una soglia.

È il punto in cui la materia smette di essere soltanto progettata e inizia a trasformarsi. Insieme alla materia cambiano anche quei confini netti che il controllo vorrebbe tracciare tra intenzione e caso, tra artista e processo.

In questo senso, la tecnica Shino incontra profondamente la sensibilità Wabi Sabi: una visione nella quale l’imperfezione, la trasformazione e il tempo non sono elementi da correggere, ma parti essenziali della forma.


La tecnica Shino come esperienza del tempo

Lavorare con lo Shino significa accettare che la forma finale non è mai completamente nelle mani dell’artista.
La si accompagna — e poi si lascia accadere o si lascia andare.

È proprio in questo spazio, tra intenzione e trasformazione, che qualcosa emerge.


Superficie come pelle

La superficie non è soltanto ciò che vediamo.

È la pelle attraverso cui la materia racconta ciò che ha attraversato.

Il fuoco lascia tracce, il tempo si deposita attraverso la cenere, la trasformazione diventa visibile.

La materia entra nel fuoco e attraversa una soglia.
La forma che ne emerge conserva il gesto iniziale, ma porta con sé il tempo, il calore e ciò che non poteva essere previsto.

Manuela Metra, due ciotole tecnica Shino, estetica Wabi Sabi, ceramica tradizionale giapponese

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MANUELA METRA

Manuela Metra è un’artista visiva contemporanea e Wabi Sabi ceramic artist, diplomata presso l’Accademia di Belle Arti San Luca. Da oltre venticinque anni sviluppa una pratica plastico-pittorica che indaga la forza viscerale della materia attraverso la scultura contemporanea, l’estetica zen e i processi della trasformazione. Il suo lavoro prende forma mediante l’impiego di grès naturali, wild clay e pigmenti preparati personalmente. È fondatrice di Celadon – Wabi Sabi Academy, spazio dedicato allo studio della ceramica, alla sperimentazione sulla materia e all’approfondimento del rapporto tra terra, acqua e forma.