
Wabi Sabi Shoji
Una tazza tra materia, gesto e tempo
La terra arriva alle mani.
Una forma prende lentamente spazio.
Prima dell’oggetto c’è un gesto.
Prima del risultato c’è un tempo.
La tazza nasce così:
nell’incontro tra la mano, l’argilla e ciò che la materia permette di diventare.
La Wabi Sabi Shoji nasce dall’incontro con una tradizione ceramica che riconosce valore alla semplicità, alla funzione e alla presenza del gesto umano.
Non è un oggetto costruito per essere osservato soltanto.
È una forma pensata per entrare nella vita quotidiana.
Per accompagnare un momento.
Per raccogliere un uso.
Per trasformarsi nel tempo.
Shoji: un nome, una memoria
Il nome Shoji è un omaggio a Shoji Hamada (1894-1978), maestro della ceramica giapponese e figura centrale del movimento Mingei movement.
Il Mingei ha riportato l’attenzione sulla bellezza degli oggetti quotidiani realizzati dalle mani, lontani dall’idea di un’arte separata dalla vita.
Per Hamada la forma non nasceva dalla ricerca di perfezione, ma dalla relazione tra il gesto, la materia e l’uso.
Una ceramica non doveva raccontare soltanto chi l’aveva creata.
Doveva continuare a vivere attraverso chi la incontrava.
La tazza Shoji nasce da questo dialogo.
La mano modella.
La terra conserva.
L’uso completa il processo.
Shoji: la luce tra interno ed esterno
Shoji è anche il nome delle tradizionali porte scorrevoli giapponesi in legno e carta di riso.
La carta non chiude completamente lo spazio.
Lascia passare la luce.
Permette una relazione tra interno ed esterno.
Non separa.
Trasforma.
Questa qualità appartiene anche alla tazza Shoji.
Nella sua forma morbida e semplice c’è l’idea di una soglia:
un piccolo spazio tra il gesto quotidiano e la presenza.
Un momento in cui qualcosa rallenta.
Non perché il tempo si fermi,
ma perché lo si incontra.
La bellezza dell’uso
Nella cultura giapponese esiste una relazione profonda tra bellezza e quotidianità.
Il concetto di Yo no Bi (用の美), spesso tradotto come “la bellezza dell’uso”, indica una bellezza che non nasce dall’oggetto isolato, ma dall’incontro tra forma, funzione e vita quotidiana.
La bellezza non è qualcosa di statico da contemplare.
Nasce nel tempo.
Nell’uso.
Nella relazione che si crea tra una forma e chi la abita.
Per Soetsu Yanagi, la bellezza degli oggetti artigianali risiede anche nei segni che il tempo lascia su di essi.
Una superficie che cambia.
Un bordo che accoglie tracce.
Una forma che entra nella memoria di chi la utilizza.
L’oggetto non perde valore perché viene usato.
Al contrario, attraverso l’uso diventa parte di una storia.
La tazza Wabi Sabi Shoji nasce da questa visione.
Non cerca una perfezione immobile.
Accoglie le variazioni, le tracce del gesto e le differenze che appartengono alla materia.
Una forma viva.
Una presenza che continua a trasformarsi nel quotidiano.
Il cerchio e la trasformazione
La forma della tazza richiama anche il principio dell’Ensō, il cerchio tracciato con un unico gesto nella tradizione zen.
Un cerchio non completamente chiuso.
Una forma che contiene il movimento.
L’Ensō ricorda che ogni cosa è in trasformazione.
La nascita.
Il cambiamento.
La fine.
Un nuovo inizio.
Anche una tazza appartiene a questo movimento.
Nasce dalla terra.
Attraversa il fuoco.
Entra nella vita quotidiana.
Raccoglie il tempo.
Il processo: la relazione con la materia
Realizzare una tazza Shoji significa attraversare un processo lento.
L’argilla non può essere forzata.
Chiede ascolto.
Chiede attenzione.
La forma nasce attraverso molte decisioni:
una pressione della mano,
una variazione nella superficie,
un equilibrio tra controllo e apertura.
Ogni tazza porta una traccia del processo che l’ha generata.
Non una ripetizione identica.
Ma una presenza.
La materia non viene semplicemente trasformata.
Si entra in relazione con essa.
La palette Haiku: luce, terra e silenzio
I colori della tazza Shoji appartengono a una ricerca ispirata ai paesaggi naturali e alle variazioni della luce.
Toni della terra.
Superfici raccolte.
Sfumature che cambiano secondo il momento e lo sguardo.
Come in un haiku, pochi elementi possono aprire uno spazio più ampio.
Non aggiungere.
Osservare.
Lasciare che sia la materia a parlare.
Una forma che continua
Una tazza non termina quando esce dal forno.
Inizia un’altra parte del suo percorso.
Entra nelle case.
Accompagna gesti ripetuti.
Raccoglie momenti ordinari.
Una forma semplice.
Una presenza quotidiana.
La Wabi Sabi Shoji nasce da questo incontro:
tra terra e uso,
tra gesto e tempo,
tra ciò che viene creato e ciò che continua a vivere.
