Mindful Creation e la bellezza dell’imperfezione

Mindful Creation
Mindful Creation

Mindful Creation: l’incontro con la materia e la mente del principiante

L’evoluzione di una ricerca artistica e clinica non avviene mai in un vuoto solipsistico, ma si alimenta attraverso precisi momenti di sintonizzazione relazionale.
Recentemente, un dialogo approfondito con la coach Beatrice Redi — confluito in una conversazione condivisa sul suo canale YouTube, che puoi guardare a questo link qui.— è diventato l’occasione per ridefinire le coordinate della mia prassi. Non si è trattato di un semplice confronto, ma di una verifica sul campo di un nodo teorico e pratico essenziale: la necessità di unire l’arte informale, la filosofia dell’imperfezione e il rigore della presenza terapeutica sotto la lente della creazione consapevole (mindful creation).

Nel panorama della divulgazione digitale, il concetto di mindfulness soffre oggi di una preoccupante usura semantica, spesso banalizzato come sinonimo di mero rilassamento o di fuga mentale dal reale. Nella mia esperienza, la Mindful Creation è l’esatto opposto: è un radicamento viscerale nel qui e ora. Abitare il processo significa deporre l’ansia del controllo estetico o l’allucinazione dell’ego per mettersi in ascolto puro della materia. Le sculture, i pigmenti e le tracce fotografiche che compongono il mio lavoro non nascono per assecondare il gusto dell’osservatore o per decorare uno spazio; nascono come inviti a rallentare il tempo, a misurare la postura e il respiro di fronte al limite fisico della forma.
Questo approccio si innesta organicamente sulla radice estetica del Wabi Sabi, la filosofia giapponese che rintraccia la dignità del manufatto non nella sua compiutezza geometrica, ma nella sua verità transitoria, fragile e incompleta. Curare la superficie dell’argilla o la superficie pittorica significa proprio onorare questa bellezza silenziosa, asimmetrica, dove il segno della mano non è un difetto esecutivo, ma la testimonianza tangibile dell’Io che si incarna nella sostanza. L’arte smette così di essere un esercizio utilitaristico e si trasforma in una disciplina quotidiana, un ritorno ritmico al peso della terra e alla qualità della luce e del colore.
Proteggere questo spazio di ricerca richiede tuttavia un contrappeso: la capacità di non farsi imprigionare dal rigore della tecnica o dalle pretese dell’intelletto adulto. È in questo preciso punto di equilibrio che si colloca l’archetipo che ho scelto per il mio logo: il coniglio Momo. Lungi dall’essere un mero vezzo grafico, Momo incarna quella che la tradizione orientale definisce la “mente del principiante”. Rappresenta l’energia spontanea dello stupore, la pazienza del non-giudizio e la capacità radicale di lasciare andare il risultato. L’arte, prima di farsi traccia e residuo, vive infatti di una dimensione profonda di gioco e meraviglia.
La Mindful Creation non è dunque un protocollo da applicare o una soluzione preconfezionata, ma una postura etica nel mondo, significa installarsi con la schiena dritta. Creare non per dimostrare, ma per ascoltare, accogliendo l’errore e la frattura come soglie di rigenerazione. È questa la prassi colta e rigorosa che guida sia la mia ricerca in Atelier sia i laboratori di arteterapia: trasformare il fare artistico in una risorsa biografica vivente, capace di restituire a ognuno il proprio baricentro interiore.

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MANUELA METRA

Manuela Metra è un’artista visiva contemporanea e Wabi Sabi ceramic artist, diplomata presso l’Accademia di Belle Arti San Luca. Da oltre venticinque anni sviluppa una pratica plastico-pittorica che indaga la forza viscerale della materia attraverso la scultura contemporanea, l’estetica zen e i processi della trasformazione. Il suo lavoro prende forma mediante l’impiego di grès naturali, wild clay e pigmenti preparati personalmente. È fondatrice di Celadon – Wabi Sabi Academy, spazio dedicato allo studio della ceramica, alla sperimentazione sulla materia e all’approfondimento del rapporto tra terra, acqua e forma.