Il Sacro Vuoto da dove nascono le Idee

il sacro vuoto

Il Sacro Vuoto da dove nascono le Idee

Ci sono momenti in cui il lavoro si apre. Il gesto anticipa il pensiero, la materia risponde, gli strati si accumulano con una logica propria. Il colore chiama il colore, la forma trova la sua direzione senza che io debba decidere. In quei momenti dimentico il tempo, dimentico tutto ciò che è fuori dall’atelier. È una corrente — non sono io che la genero, sono io che la abito.

E poi arriva il silenzio

Mesi interi, a volte, in cui nessuna forma chiama, nessun colore si accende. Ho imparato a non interpretarlo come interruzione. Chiamo questi movimenti inspiro ed espiro della vita creativa — la fase di espansione e quella di stasi, che serve come serve l’inverno: non come assenza, ma come preparazione silenziosa. È paradossalmente nel silenzio che si genera qualcosa. La fase espansiva raccoglie ciò che il vuoto ha lentamente preparato, come un seme sottoterra che non mostra nulla in superficie eppure sta accadendo tutto.

Prima che la forma si condensi

Nella tradizione del sumi-e il vuoto sulla carta non è assenza: è la condizione che dà respiro al segno, ciò che permette al gesto di esistere. Ho portato questa comprensione nella pittura. Una superficie non deve condensarsi, non deve essere fissata — deve vibrare. È la stessa intuizione che Turner affidava alla luce prima che diventasse forma, che Monet inseguiva quando il contorno si dissolveva nel riflesso. Il colore non conclude: rimane aperto, in tensione. È l’impermanenza — principio cardine del wabi sabi — che attraversa la materia e la mantiene viva. Nella ceramica si legge nel gesto vitale che non si irrigidisce; nella pittura in una superficie che continua a respirare anche dopo che il pennello si è fermato.

La cultura in cui siamo cresciuti non ama il vuoto. Discendiamo da una tradizione che ha fatto del fare un valore totalizzante — se manca l’ispirazione si compra un libro, ci si iscrive a un corso, si produce comunque. Ma il drive creativo non si alimenta così. Si ricicla, si replica, si svuota lentamente di senso. Lo stress consuma ciò che dovrebbe rigenerarsi, e le idee diventano copie di se stesse.

Nel mio lavoro ho imparato a considerare la noia come una soglia preziosa. Non da attraversare in fretta, ma da abitare — perché è proprio lì, nell’intolleranza alla ripetizione, che si aprono possibilità altrimenti invisibili. La noia segnala che stiamo replicando, che il percorso si è chiuso su se stesso. Ascoltarla significa accettare di fermarsi, di non sapere ancora dove si arriverà. È scomoda, ed è per questo che è necessaria. È lei che riporta alla soglia del Sacro Vuoto.

Il Sacro Vuoto si attraversa, non si spiega

Il Sacro Vuoto non si spiega — si attraversa. Lo riconosco in atelier, nei laboratori, durante le performance di pittura dal vivo: in chi ha lasciato fuori dalla porta l’immagine di sé e ha iniziato ad ascoltare. Persone concentrate e serene, le mani sporche di terra o di colore, che non stanno producendo nel senso convenzionale — stanno ricevendo. Da quel luogo nasce qualcosa di fresco, ogni volta, qualcosa che non poteva essere pianificato né anticipato.

Poi guardo altrove e vedo persone affamate — che copiano, che saccheggiano, che riciclano idee senza sapere di avere dentro di sé una fonte propria, inesauribile. Non è mancanza di talento: è mancanza di fiducia nel vuoto che genera le idee, e fondamentalmente nel proprio Essere Creativo.

Eppure vuoto e pieno non sono fasi separate. La fase che sembra arida è spesso quella che genera — come il seme sottoterra, nel buio e nel silenzio, mentre in superficie non accade nulla di visibile. Quel tempo serve. È parte dello stesso respiro. Inspiro ed espiro non si oppongono: sono un unico movimento, e separarli è già un’illusione. Di solito vorremmo solo una fase — quella luminosa, espansiva, fertile. Ma la vita creativa, come la vita, non funziona così. È un processo. È un’esperienza. Non c’è dualità da risolvere — c’è solo il respiro, intero.

 

1 Comment

  1. 8 Agosto, 2013 / 13:13

    Funziona davvero. Il punto critico è non iniziare subito a fare quando iniziano a fluire le prime idee che nascono nel vuoto.

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MANUELA METRA

Manuela Metra è un’artista visiva contemporanea e Wabi Sabi ceramic artist, diplomata presso l’Accademia di Belle Arti San Luca. Da oltre venticinque anni sviluppa una pratica plastico-pittorica che indaga la forza viscerale della materia attraverso la scultura contemporanea, l’estetica zen e i processi della trasformazione. Il suo lavoro prende forma mediante l’impiego di grès naturali, wild clay e pigmenti preparati personalmente. È fondatrice di Celadon – Wabi Sabi Academy, spazio dedicato allo studio della ceramica, alla sperimentazione sulla materia e all’approfondimento del rapporto tra terra, acqua e forma.