
Il linguaggio immaginativo delle fiabe
La nascita dell’immagine
C’era una volta.
Due parole che sono soglia.
La stanza si fa più quieta.
Il giorno si allontana lentamente.
Il corpo affonda nel cuscino.
Le coperte raccolgono la giornata.
Tra il sonno e la veglia esiste un luogo sottile.
Non è ancora sogno.
Non è più soltanto realtà.
È uno spazio abitato dalle immagini.
Mio papà mi leggeva le fiabe russe quando ero bambina.
Ricordo la voce.
Il ritmo delle pagine.
Le immagini che sorgono non chiedono spiegazioni.
Anni dopo ho letto le fiabe dei Grimm a mio figlio.
Le stesse parole hanno attraversato un’altra stanza.
Un altro tempo.
Una nuova generazione.
Eppure qualcosa rimaneva.
Qualcosa continuava a vivere.
Immaginazione
Le fiabe non finiscono quando chiudiamo il libro.
Restano in una parte silenziosa di noi.
Come semi.
Attendono.
A volte per anni.
Poi un giorno tornano.
Non più come racconti ascoltati nell’infanzia, ma come immagini capaci di orientare lo sguardo.
Forse è questo il pensiero vivente.
Qualcosa che non abbiamo soltanto imparato.
Qualcosa che è cresciuto dentro di noi.
Metamorfosi
Il bambino riceve un’immagine.
L’adulto, molti anni dopo, la riconosce.
Il bosco non è più soltanto un bosco.
La prova non è più soltanto una prova.
La trasformazione del protagonista incontra la nostra.
Le immagini antiche continuano a lavorare nel tempo.
Cambiano con noi.
Forma
Ogni opera forse nasce nello stesso luogo.
Prima della parola.
Prima del colore.
Prima della materia.
In quella soglia in cui qualcosa non ha ancora una forma, ma già esiste.