Il Disegno di Forme: l’Ars Lineandi e la Geometria dell’Io

L'arte del disegno di forme
L’arte del disegno di forme


Il disegno di forme: la qualità della linea

La linea non è un confine geometrico astratto, ma la traccia visibile di un movimento interiore che si incarna nello spazio.

C’è una pratica che propongo in studio e che ho incontrato nella mia formazione.

È il disegno di forme.

È una pratica particolare, e fuori da alcuni contesti specifici non è molto diffusa.

Si lavora con forme che devono essere tracciate seguendo un movimento preciso, senza interrompere la linea, senza correggerla, senza tornare indietro.

All’inizio può sembrare un esercizio molto semplice.

Una linea.

Una forma.

Un foglio.

Tracciamo un cerchio.

Poi però cominciano ad accadere delle cose.

Nel tempo ho potuto osservare le qualità della linea.

Non soltanto se una forma è stata eseguita correttamente o meno, ma come la linea si muove.

Quanto è sicura.

Quanto è esitante.

Quanto accelera.

Quanto rallenta.

Quanto cambia pressione.

Quanto riesce a mantenere un ritmo.

E ho osservato qualcosa che mi ha colpita particolarmente: il modo in cui alcune persone non riescono a correggere la linea.

Non nel senso che non sappiano fare una forma.

La linea semplicemente continua ad avere bisogno di essere aggiustata.

Si torna indietro.

Si ripassa.

Si corregge.

Si cerca di rimettere a posto ciò che è appena accaduto.

Ma in questi esercizi la linea non può essere corretta in questo modo, va “corretta” in movimento.

Deve continuare.

Deve restare in movimento.

E allora quello che sembrava un semplice esercizio grafico diventa un’esperienza.

Cosa succede quando non posso tornare indietro?

Cosa succede quando la linea che ho appena tracciato non è quella che volevo?

Cosa succede quando devo continuare proprio da lì?

È una delle ragioni per cui questa pratica continua a interessarmi.

Non tanto per la forma finale.

Ma per quello che posso osservare nel processo.

La linea ha una qualità.

E questa qualità può cambiare.

Può diventare più fluida, più spezzata, più pesante, più leggera, più ampia, più contenuta.

Anche all’interno dello stesso esercizio.

Anche nella stessa persona.

Anche sullo stesso foglio.

Cambia da istante a istante, portando l’impronta vivente di chi la sta tracciando.

Per me è qui che il disegno di forme smette di essere semplicemente un esercizio di disegno.

Diventa un modo per incontrare il movimento.

Il mio, quello della mano, quello della linea.

E diventa anche un modo per osservare il rapporto tra intenzione e gesto.

Tra quello che penso di voler fare e quello che effettivamente accade sul foglio.

Tra il controllo e la possibilità di lasciare andare.

E lentamente, insieme alla linea, matura anche una percezione dello spazio.

Il senso dell’equilibrio.

Le direzioni.

Le distanze.

La relazione tra una parte e un’altra.

Comincio ad accorgermi dello spazio che la forma attraversa e di quello che lascia.

Anche gli spazi vuoti acquistano qualità.

Uno spazio negativo non è semplicemente ciò che rimane quando una linea è passata.

Può essere ampio o stretto, aperto o contenuto, teso o disteso, morbido o contratto.

Può cambiare la percezione dell’intera forma.

A poco a poco non è più coinvolta soltanto la mano.

È coinvolto il corpo.

L’intero corpo.

L’intero essere.

Perché per tracciare una forma devo orientarmi nello spazio, percepire le direzioni, mantenere un equilibrio, sentire il movimento mentre accade.

E allora anche lo spazio diventa qualcosa da osservare.

Non più soltanto il foglio sul quale disegno, ma lo spazio che la forma crea, attraversa, delimita, apre: tridimensionalità.

Questa pratica appartiene alla mia formazione e porta con sé una storia e un insieme di riferimenti teorici specifici, legati anche all’impulso di Rudolf Steiner.

Ma ciò che mi interessa qui non è applicare una teoria alla linea.

È osservare.

Vedere cosa accade.

E soprattutto vedere cosa accade quando una persona incontra una forma che non può semplicemente correggere fino a farla diventare come aveva immaginato.

La linea deve andare avanti.

E forse, qualche volta, bisogna imparare proprio questo.

Non correggere continuamente ciò che è già accaduto.

Ma trovare il modo di continuare da lì.

E poi c’è il ritmo.

Un ritmo che, nel disegno di forme, sembra avere qualcosa di molto antico.

Lo ritroviamo, da lontano, intorno a noi.

In alcune chiese.

In alcuni motivi ricamati.

Nelle decorazioni, negli intrecci, nelle forme che si ripetono e si trasformano.

Non necessariamente come qualcosa da decifrare.

Forse semplicemente come tracce di un sapere del ritmo.

Un sapere che il corpo riconosce prima ancora di poterlo nominare.

Un andare e tornare.

Un’apertura e una chiusura.

Un espandersi e un raccogliersi.

Il respiro.

La vita.

E forse è proprio questo che continua a incuriosirmi del disegno di forme.

Che mentre pensiamo di tracciare una forma, qualcosa ci porta a percepire il movimento.

Mentre seguiamo una linea, cominciamo a percepire lo spazio.

Mentre cerchiamo un equilibrio, incontriamo il nostro modo di stare nel movimento.

E la forma, a un certo punto, forse smette di essere soltanto una forma.

Non so ancora quale spazio aprirà.

A quali qualità aprirà.

Come si darà.

Forse è proprio questo che mi interessa continuare a osservare.

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MANUELA METRA

Manuela Metra è un’artista visiva contemporanea e Wabi Sabi ceramic artist, diplomata presso l’Accademia di Belle Arti San Luca. Da oltre venticinque anni sviluppa una pratica plastico-pittorica che indaga la forza viscerale della materia attraverso la scultura contemporanea, l’estetica zen e i processi della trasformazione. Il suo lavoro prende forma mediante l’impiego di grès naturali, wild clay e pigmenti preparati personalmente. È fondatrice di Celadon – Wabi Sabi Academy, spazio dedicato allo studio della ceramica, alla sperimentazione sulla materia e all’approfondimento del rapporto tra terra, acqua e forma.