I Forni e distretti della Ceramica Wabi Sabi Giapponese

Due ciotole in ceramica Wabi Sabi, cotte al forno a legna secondo la tradizione giapponese, con forme asimmetriche e smalti naturali sino che evidenziano imperfezioni e bellezza artigianale.

Il fuoco 
Non conserva nulla.
Trasforma.

Di notte il forno respira.
La legna diventa luce, scintilla.
La cenere sceglie dove posarsi.

Davanti alle fiamme rimane poco solo l’essenziale.
La terra.
L’attesa.
Il tempo.

TERRA

Ogni forma nasce da un incontro: terre primitive.

Ci ritroviamo attorno al forno molto prima che venga acceso.

Raccogliamo la terra, la setacciamo, prepariamo la legna. Creiamo le forme, aspettiamo.

Ogni gesto prepara quello successivo.


FUOCO

Il fuoco completa, rifinisce, distrugge, migliora.

Quando accendiamo il forno lo scorrere del tempo cambia e si accorda con un principio superiore, elementare, viscerale e noi con lui. Per giorni il fuoco non può essere lasciato incustodito. Alimentiamo con la legna senza sosta, giorno e notte, la fiamma. Ho sempre scelto il turno di notte. Nel silenzio, davanti alle fiamme, il forno sembra respirare, ruggire, tossire. La cenere si deposita  sulle superfici dei pezzi lavorati, il calore trasforma la terra e ogni pezzo segue un destino irripetibile.

I grandi forni storici del Giappone continuano a esercitare su di me una forte attrazione, in questa esperienza che vissuto il perchè .

Il Wabi Sabi non è semplicemente uno stile decorativo, né un trend da seguire. Infatti nella ceramica giapponese, rappresenta un modo di vivere la materia, il tempo e il gesto. Dunque una pratica che unisce estetica, il fare arte  e consapevolezza della materia, del gesto. Nel silenzio, davanti alle fiamme, il tempo sembra ritirarsi. Rimangono la terra, il calore, la cenere, il respiro del forno. In quei momenti non c’è un risultato da raggiungere. C’è soltanto la possibilità di partecipare a un processo più grande del proprio fare più grande di noi. Ci accordiamo con qualcosa di primitivo e perdiamo i nostri confini.


Il mio incontro con il Wabi Sabi  è un incontro attraverso la materia. Prima ancora di conoscerne il nome, avevo riconosciuto una qualità che sentivo profondamente mia: superfici calde, forme essenziali, tracce del fuoco, oggetti che sembravano custodire il tempo invece di nasconderlo. Non un oggetto un orizzonte.  Nella cottura a legna questa sensazione si è fatta esperienza.

Forse è proprio questo che cerco nella ceramica e nell’arte.

Non una forma conclusa.
Ma una relazione.

Tra la terra e il fuoco:
Tra il gesto e il come.
Tra ciò che desidero creare e ciò che la materia sceglie di diventare:

Ascolto.
Il tempo l’attraversa in modo gentile.
L’impermanenza è vestita di bellezza.
Questo ha un riferimento
Nel Wabi Sabi.


Che cos’è il Wabi Sabi nella ceramica

Wabi Sabi è la bellezza dell’imperfezione e della transitorietà. Ogni pezzo realizzato secondo questo principio riflette la naturalezza del materiale, le tracce del processo creativo e il dialogo con il tempo e l’uso quotidiano.
La ceramica diventa così un linguaggio silenzioso che comunica armonia, semplicità e autenticità.

Tecniche e materiali

Questa visione si manifesta anche nelle forme e nelle tecniche della ceramica:

  • Forme essenziali e asimmetriche, modellate a mano

  • Decorazioni spontanee: smalti naturali, colature e tracce del fuoco

  • Uso del tornio come pratica meditativa, dove ogni oggetto è simile ma unico

L’obiettivo non è creare la perfezione, ma dare voce alla materia e al gesto.

Wabi Sabi oggi

Il Wabi Sabi non appartiene soltanto al passato.

Nelle botteghe artigiane storiche giapponesi e negli studi contemporanei di chi continua a lavorare in dialogo con la materia, il tempo e il gesto, sopravvive l’eco di una sensibilità antica.

Non una tecnica da replicare.

Non una forma da imitare.

Piuttosto un modo di abitare il processo.

Un’attenzione verso ciò che nasce dall’incontro tra la mano, la materia e ciò che il fuoco trasforma.

È questa dimensione che ho riconosciuto nel mio incontro con la tradizione Mingei e con la linea di ricerca che da Shoji Hamada e Bernard Leach arriva fino alla ceramica contemporanea.

Una visione nella quale l’oggetto non è separato dalla vita e dall’ambiente che lo genera.

La forma conserva il gesto.

La superficie conserva il fuoco.

La materia conserva il tempo.


I luoghi del fuoco

La mia attrazione per i grandi forni storici giapponesi nasce da questa esperienza della materia.

Non sono soltanto luoghi dove si producono oggetti ceramici.

Sono luoghi dove il tempo si deposita, si stratifica.

Ogni forno custodisce una relazione particolare tra terra, fuoco, gesto e comunità. Le forme che ne emergono portano con sé la memoria di generazioni di artigiani, e di artisti, di mani che hanno ripetuto gli stessi movimenti, di fuochi accesi e alimentati attraverso i secoli.

Nel mio percorso ho guardato in particolare alla tradizione Mingei, dove il fare quotidiano non è separato dalla ricerca artistica.

La linea che da Shoji Hamada e Bernard Leach arriva fino alla ceramica contemporanea continua a interrogarsi sul rapporto tra bellezza, uso e vita.

È in questa prospettiva che incontro luoghi come Karatsu, Koishiwara e Mashiko: non semplicemente distretti ceramici, ma paesaggi culturali nei quali la materia conserva una memoria.


Forni Storici e Distretti Mingei: Tradizione e Arte

Bizen

Bizen è uno dei luoghi in cui il fuoco diventa maggiormente visibile.

L’assenza di smalto lascia che sia la cottura stessa a scrivere sulla superficie. La cenere, la temperatura, la posizione nel forno generano segni imprevedibili: gli yohen.

La forma non viene semplicemente decorata.

Viene attraversata.


Shigaraki

Nella terra ruvida di Shigaraki rimane qualcosa della materia nella sua origine.

La superficie conserva la presenza dell’argilla, la sua grana, la sua irregolarità. È una ceramica che non cerca di nascondere la terra da cui proviene.


Karatsu

Karatsu è vicino a quella sobrietà che riconosco profondamente.

Forme essenziali, smalti naturali, pennellate libere: ogni elemento rimane visibile e partecipa all’equilibrio finale.


Koishiwara

A Koishiwara il gesto ripetuto diventa linguaggio.

Le decorazioni non sono ornamenti aggiunti, ma nascono dal ritmo del lavoro, dal tornio, dalla relazione tra mano e materia. Il chattering degli strumenti lascia sulla superficie una traccia del gesto: una memoria del movimento, una vibrazione impressa nella forma.


Mashiko

Mashiko occupa un posto particolare perché è legato alla figura di Shoji Hamada e al movimento Mingei.

Qui l’oggetto quotidiano ritrova dignità artistica.

La bellezza non viene cercata nell’eccezione, ma nella presenza, nell’uso, nella capacità di intessere poesia nel quotidiano.


Ogni forno è più di un luogo di produzione.

È una memoria vivente.

Un modo di stare nella materia.

Un dialogo continuo tra ciò che l’uomo desidera creare e ciò che il fuoco decide di trasformare.
E’ relazione, accordo

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MANUELA METRA

Manuela Metra è un’artista visiva contemporanea e Wabi Sabi ceramic artist, diplomata presso l’Accademia di Belle Arti San Luca. Da oltre venticinque anni sviluppa una pratica plastico-pittorica che indaga la forza viscerale della materia attraverso la scultura contemporanea, l’estetica zen e i processi della trasformazione. Il suo lavoro prende forma mediante l’impiego di grès naturali, wild clay e pigmenti preparati personalmente. È fondatrice di Celadon – Wabi Sabi Academy, spazio dedicato allo studio della ceramica, alla sperimentazione sulla materia e all’approfondimento del rapporto tra terra, acqua e forma.