
L’inchiostro incontra la carta.
Il pennello si muove.
Prima ancora della forma, c’è il respiro.
Inspiro.
Espiro.
La mano segue il movimento del corpo.
Non cerco di disegnare un cerchio.
Non cerco di ottenere una forma precisa.
Il gesto comincia.
La linea prende spazio.
A volte scorre.
A volte si interrompe.
A volte torna verso il punto da cui è partita.
L’inchiostro rimane sulla carta.
Una traccia.
Quello che è accaduto non può essere cancellato.
È qui che incontro l’Ensō.
Non come immagine da riprodurre,
ma come gesto da attraversare
e da cui essere attraversata.
Origini e significato dell’Ensō
Ensō (円相) significa “cerchio”.
Nella tradizione Zen viene tracciato con un unico gesto del pennello, spesso su carta con inchiostro sumi.
Il gesto è semplice.
La pratica non lo è.
Il cerchio non viene costruito lentamente.
Non viene corretto.
Non viene ripetuto fino a raggiungere una forma ideale.
Ciò che accade rimane.
La pressione del pennello.
La quantità d’inchiostro.
Il respiro.
La velocità.
La pausa.
Tutto entra nella linea.
L’Ensō diventa così una traccia del momento in cui viene tracciato.
Non rappresenta soltanto un cerchio.
Rende visibile un gesto.
Il gesto e la presenza
Tracciare un Ensō richiede attenzione.
Il corpo è presente.
Il respiro accompagna il movimento.
La mano non può essere separata da ciò che sta accadendo.
Nella pratica Zen questo gesto è associato anche a mu-shin (無心), la “mente senza mente”:
uno stato in cui l’azione non viene continuamente interrotta
dal giudizio, dalla ricerca di controllo
o dall’idea di un risultato da raggiungere.
Non significa assenza.
Significa lasciare che il gesto accada senza aggiungere qualcosa.
Il cerchio diventa una traccia di presenza.
Vuoto e forma
Un Ensō può essere chiuso.
Può essere aperto.
Può avere una linea sottile oppure carica di inchiostro.
Non esiste una sola forma corretta.
Il vuoto al suo interno non è separato dalla linea che lo delimita.
Forma e vuoto esistono insieme.
Il vuoto non è vuoto.
È una delle ragioni per cui continuo a tornare all’Ensō.
Non perché offra una risposta,
ma perché apre una domanda.
Che cosa accade quando smetto di cercare la forma giusta?
Che cosa rimane del gesto?
Una pratica nella tradizione Zen
L’Ensō appartiene alla tradizione della pittura e della calligrafia Zen.
Monaci e calligrafi lo hanno tracciato come pratica e come espressione del Dharma.
Hakuin Ekaku. Kazuaki Tanahashi, più vicino a noi.
Entrambi vi hanno riconosciuto una trasmissione, non un’illustrazione.
La sua forza non deriva dalla perfezione della forma.
Deriva dall’immediatezza.
Il pennello incontra la carta.
Il gesto accade.
La traccia rimane.
Non c’è possibilità di tornare indietro e correggere ciò che è già stato fatto.
Per questo ogni Ensō è anche un incontro con l’impermanenza.
Il mio incontro con l’Ensō
Nella mia pratica, l’Ensō non rimane confinato alla carta.
Lo incontro nella pittura, nella ceramica, nel lavoro con la materia.
Per anni ho lavorato con il cerchio attraverso la pittura a olio su tela.
La superficie bianca, le stratificazioni, le variazioni di grigio e rosa.
E poi una linea.
Rossa, a volte nera, blu o grigia.
Non come simbolo applicato sulla superficie,
ma come forma che emerge lentamente.
Il cerchio non arriva sempre nello stesso modo.
A volte è evidente.
A volte rimane quasi nascosto.
Quello che mi interessa è il passaggio:
da ciò che ancora non ha forma
a ciò che comincia a diventare visibile.
Dall’inchiostro all’argilla
Il cerchio continua anche nel mio lavoro con la terra.
Nel modellare una ciotola o un vaso, il gesto ritorna.
La mano modella.
La forma si apre.
Il centro rimane.
Non sto disegnando un Ensō.
Lo incontro nella ripetizione del gesto,
nel movimento circolare,
nel rapporto tra interno ed esterno.
La materia oppone resistenza.
La mano modifica.
La forma risponde.
L’Ensō diventa così qualcosa che non viene rappresentato,
ma attraversato.
Ensō e Wabi Sabi
L’Ensō e il Wabi Sabi si incontrano nella loro attenzione all’impermanenza, alla semplicità
e a ciò che non può essere completamente controllato.
Ma non sono la stessa cosa.
L’Ensō è un gesto.
Il Wabi Sabi è una sensibilità più ampia verso il tempo, la materia, l’uso, l’imperfezione e il cambiamento.
Il primo concentra un momento.
Il secondo attraversa il quotidiano.
Per me il loro incontro avviene nella pratica.
Nella mano.
Nel respiro.
Nella materia.
Nel tempo necessario.
Un cerchio che non conclude
Continuo a tornare all’Ensō perché non mi sembra una forma conclusa.
Anche quando il cerchio si chiude,
qualcosa rimane aperto.
Una traccia.
Un vuoto.
Una possibilità.
L’Ensō non illustra qualcosa.
Apre uno spazio.
E forse è proprio questo che continua a interessarmi:
non il cerchio come immagine,
ma ciò che accade mentre lo si traccia.
Il respiro.
Il gesto.
L’inchiostro sulla carta.
Un momento che non ritorna.
Una forma che accade una volta sola.