La ruggine si deposita lentamente.
La polvere torna sulle superfici.
I fiori si aprono e poi appassiscono.
Le rughe scrivono i volti.
Le nuvole scorrono.
Cieli mai uguali.
La tazzina nella credenza.
Il craquelé.
Il tessuto liso della camicia di lino.
Una crepa sul pavimento.
La casa che si assesta nel tempo.
Tutto scorre.
Lascia una traccia.
Cambia forma.
E c’è malinconia
quando me ne accorgo.
Non per ciò che si perde,
ma per la consapevolezza
che non posso trattenere
nulla.
La forma è sempre diversa.
Nuova.
Una condizione temporanea.
Un momento nel movimento.
Un equilibrio provvisorio.
Instabile.
Vivo.
Sta cambiando.
Una crepa lo rende visibile.
Una superficie che si consuma.
Un colore che muta.
Come una casa che si assesta,
attraverso le crepe si può intuire
ciò che non vediamo: il movimento continuo della materia,
l’energia che attraversa le forme,
il loro scomporsi e ricomporsi.
Ogni cosa va e viene.
Onde dell’esistere.
Il silenzio.
Quale forma invecchia bene?
Cosa mantiene viva una forma?
Il Wabi Sabi, per me, comincia da qui.
Dallo stare seduti in questa consapevolezza
che emerge.
Dal riconoscere che il controllo è illusorio.
Che possiamo progettare, proteggere, conservare,
e tuttavia il tempo continua a lavorare.
La consapevolezza che oggi sono qui.
Che ciò che considero stabile non lo è.
Che non posso sapere quanto durerà
ciò che amo.
Posso solo stare vicino.
Eppure il Wabi Sabi non mi porta a trattenere.
Mi porta a prendermi cura.
A stare nella forma mentre cambia.
A riconoscere il tempo che la attraversa.
A lasciare che le crepe mostrino ciò che già stava accadendo.
Forse è questo il gesto più difficile:
non opporsi al fluire,
ma imparare a starci dentro.
Wabi Sabi: una forma che attraversa il tempo
Il Wabi Sabi, per me, comincia da qui:
dalla consapevolezza che nulla rimane identico a se stesso.
È un modo di guardare.
Alla materia.
Al tempo.
Alla luce.
A ciò che cambia.
Lo incontro ogni giorno.
Nelle curve che non sono mai perfettamente uguali,
nei bordi che il fuoco modifica,
nei colori che si intessono con la luce.
La forma non è mai soltanto quella che vedo.
È anche il tempo che l’attraversa.
È la traccia del gesto.
La trasformazione della materia.
L’uso che verrà.
Forse Wabi Sabi è proprio questo:
stare davanti alle cose abbastanza a lungo da accorgersi che non sono ferme.
Cosa significa Wabi Sabi?
Le parole Wabi e Sabi hanno attraversato secoli di trasformazioni e non possono essere racchiuse in una sola definizione.
Wabi è stato associato alla solitudine, alla semplicità, alla sobrietà, alla vita lontana dall’eccesso.
Sabi alla patina del tempo, al consumarsi delle cose, alla bellezza che emerge quando una superficie porta con sé la propria storia.
Il loro significato non è statico.
Come le forme che descrivono, anche queste parole si sono trasformate.
Oggi Wabi Sabi viene spesso associato alla bellezza dell’imperfetto, dell’impermanente e dell’incompleto.
Ma per me questa definizione è solo un punto di partenza.
Il Wabi Sabi non consiste nel cercare l’imperfezione.
Consiste nel riconoscere che la forma è sempre temporanea.
Che il tempo lavora.
Che ogni cosa si modifica mentre esiste.
E che forse la bellezza comincia proprio nel momento in cui smettiamo di chiedere alla forma di rimanere quella che era.
Wabi Sabi è una pratica
Wabi Sabi (侘寂)
Il Wabi Sabi si è sviluppato anche attraverso il rapporto con lo Zen e in esso affonda le radici con una particolare attenzione al presente, alla semplicità e alla transitorietà.
Non cerca di correggere ciò che accade.
Non idealizza la materia.
La osserva.
In questa prospettiva, l’imperfezione non è un errore da eliminare,
ma una delle condizioni attraverso cui la forma si manifesta e si trasforma.
Superfici consumate dal tempo.
Crepe che appaiono.
La materia che si consuma.
È la traccia del tempo.
È un modo di guardare.
Il Wabi Sabi diventa così una pratica dell’attenzione: restare abbastanza a lungo davanti alle cose da percepirne il cambiamento.
Non chiede di fermare il tempo.
Chiede di accorgersene.
E forse anche di imparare a stare nella forma mentre cambia.
Le origini: il Wabi Sabi e la riforma di Sen no Rikyū
Un passaggio importante nella storia dell’estetica wabi è legato a Sen no Rikyū (1522–1591), maestro di tè giapponese che contribuì profondamente a trasformare la pratica del chanoyu.
Con Rikyū, la cerimonia del tè si orienta verso una maggiore essenzialità.
Lo spazio si riduce.
I gesti diventano precisi.
Gli oggetti acquistano una presenza diversa.
La semplicità non è più assenza, ma attenzione.
Anche le ceramiche utilizzate nella cerimonia partecipano a questa trasformazione. Forme irregolari, superfici sobrie, variazioni della materia e segni del processo diventano parte dell’esperienza.
Le ceramiche raku, in particolare, entrano in relazione con questa estetica attraverso la loro immediatezza, la loro matericità e la loro capacità di mostrare il processo di trasformazione dell’argilla attraverso il fuoco.
La tazza non è separata dal gesto che la utilizza.
La materia non è separata dal tempo.
Il valore non risiede nella perfezione della forma, ma nella relazione che si crea tra oggetto, gesto, spazio e presenza.
È qui che la ceramica comincia a diventare qualcosa di più di un oggetto.
Non perché debba rappresentare una filosofia,
ma perché può diventare un luogo in cui quella filosofia viene vissuta.
Bernard Leach, Shoji Hamada e lo Studio Pottery: una via dell’essere
All’inizio del Novecento, tra Giappone e Inghilterra si apre un dialogo che cambierà profondamente la storia della ceramica moderna.
Bernard Leach (1887-1979) arriva in Giappone nel 1909. Nel 1911, durante una festa raku a cui partecipa insieme all’amico e ceramista Tomimoto Kenkichi (1886-1956), rimane profondamente colpito dal processo di cottura.
Quell’esperienza segna una svolta.
La ceramica diventa per lui una nuova possibilità.
Leach viene indirizzato allo studio con Urano Shigekichi (1881-1923), conosciuto come Kenzan VI*, presso il quale apprende il tornio, la decorazione a pennello e diverse tecniche di cottura.
Non è soltanto l’apprendimento di una tecnica.
È un incontro con un modo diverso di intendere il fare.
La ceramica entra in relazione con la vita, con il lavoro quotidiano, con il luogo in cui viene realizzata.
Nel 1920 Leach torna in Inghilterra accompagnato da Shoji Hamada (1894-1978). A St Ives fondano insieme la Leach Pottery, destinata a diventare uno dei luoghi fondamentali per la nascita e lo sviluppo della Studio Pottery britannica.
Hamada rimane a St Ives per tre anni. Insieme costruiscono il primo forno a camera ascendente di tipo asiatico in Europa e sperimentano stoneware, slipware e raku.
Nel 1923 Hamada torna in Giappone e stabilisce il proprio forno a Mashiko, dove diventerà una delle figure centrali della ceramica giapponese del Novecento e del movimento Mingei.
Leach e Hamada non appartengono semplicemente a due tradizioni diverse che si incontrano.
Il loro lavoro mette in discussione la separazione tra arte e artigianato, tra artista e oggetto, tra progettazione e fare.
Lo Studio Pottery si sviluppa anche a partire da questa idea: il ceramista è coinvolto direttamente nell’intero processo, dalla preparazione della materia alla costruzione della forma, del forno, dalla decorazione alla cottura. L’oggetto porta con sé la presenza di chi lo ha realizzato.
È una posizione profondamente diversa da quella della produzione industriale.
Non perché rifiuti la tecnica.
Ma perché restituisce alla tecnica una dimensione esperienziale e vivente.
Preparare l’argilla.
Costruire.
Smaltare.
Cuocere.
Aspettare.
Ogni fase modifica quella precedente.
Il risultato non è completamente separabile dal processo.
La Leach Pottery diventa così un luogo di scambio tra culture, tecniche e idee. La sua influenza si estende ben oltre St Ives, attraverso gli allievi, gli apprendisti e i ceramisti che nel tempo attraversano il suo atelier. La stessa Leach Pottery riconosce oggi questo carattere internazionale come parte della propria eredità.
Per me, è qui che la relazione con il Wabi Sabi diventa interessante.
Non come semplice trasferimento di un’estetica giapponese in Occidente.
E nemmeno come sinonimo di ceramica irregolare.
Piuttosto come una diversa idea del fare e del vivere.
Una forma che nasce dalla materia.
Una materia che risponde al gesto.
Un gesto che attraversa il tempo.
Lo Studio Pottery porta questa possibilità nel Novecento occidentale: fare della ceramica non soltanto una produzione di oggetti, ma una pratica in cui tecnica, esperienza, materia e vita rimangono in relazione.
Il Wabi Sabi nella ceramica: materia e silenzio
È nella materia che il Wabi Sabi diventa visibile.
Non come insieme di forme irregolari.
Ma come relazione tra ciò che viene fatto e ciò che accade.
L’argilla conserva il gesto.
Il fuoco modifica la materia.
Il tempo continua il lavoro.
Una forma esce dal forno diversa da come era stata immaginata.
Il bordo può cedere.
La superficie può aprirsi.
Il colore può cambiare.
Una piccola crepa può rendere visibile una tensione che era già presente: la terra ha memoria.
Il fuoco non nasconde, rivela.
Le imperfezioni raccontano
La terra accoglie.
Una ciotola che pende leggermente da un lato.
Una superficie che trattiene il segno della mano.
Un bordo che non coincide perfettamente con quello che avevo immaginato.
Una variazione dello smalto.
Non tutto ciò che si allontana dall’idea iniziale è un errore.
A volte è il punto in cui la materia comincia a mostrare la propria autonomia.
Nel mio atelier, questo significa lasciare spazio a ciò che accade durante il processo.
Non forzare ogni forma verso un modello prestabilito.
Osservare.
Intervenire quando serve.
Accettare quando la materia prende un’altra direzione.
Il processo non è qualcosa che deve essere nascosto dietro il risultato.
Rimane nella superficie.
Nella forma.
Nella traccia.
L’oggetto porta con sé la storia della propria trasformazione.
Il gesto lento
Lavorare con la terra richiede un tempo che non può essere accelerato.
La materia ha i propri tempi.
L’umidità cambia.
La forma si asciuga o non si asciuga.
La superficie si contrae.
Il forno trasforma ciò che sembrava già definito.
Tra un gesto e l’altro esiste un intervallo.
È lì che la ceramica chiede attenzione.
Non tutto può essere controllato.
Ma molto può essere osservato.
Forse è questa una delle possibilità più profonde del fare ceramica: imparare a distinguere tra ciò che posso modificare
e ciò che posso soltanto accompagnare.
La mano interviene.
La materia risponde.
Il tempo lavora:
acqua, aria, terra, fuoco.
Lavorare con l’argilla è un atto di presenza.
Ogni oggetto è una meditazione.
La materia insegna la pazienza, l’ascolto, il lasciar andare.
Wabi Sabi oggi: una pratica dello sguardo
In un mondo sempre più veloce, standardizzato e orientato alla sostituzione, il Wabi Sabi propone uno sguardo diverso.
Non cerca il nuovo a ogni costo.
Guarda ciò che è già presente.
Una superficie consumata.
Una tazza che porta i segni dell’uso.
Un oggetto che cambia lentamente insieme a chi lo utilizza.
Alla bellezza iniziale si aggiunge la sua trasformazione.
Per questo il Wabi Sabi non riguarda soltanto gli oggetti che scegliamo di avere intorno.
Riguarda il modo in cui li guardiamo.
E forse anche il modo in cui guardiamo noi stessi, mentre cambiamo con loro.
Yō no Bi: la bellezza dell’uso
Yō no Bi (用の美) viene generalmente tradotto come “la bellezza dell’uso”.
Il concetto è legato al pensiero di Yanagi Sōetsu (1889-1961) e alla riflessione del movimento Mingei sulla bellezza degli oggetti quotidiani realizzati attraverso il lavoro artigianale.
Non è la bellezza dell’oggetto isolato.
È la bellezza che emerge nella relazione tra forma, funzione e vita.
Una tazza.
Una ciotola.
Una caraffa.
Oggetti che non chiedono necessariamente di essere contemplati come opere separate dal quotidiano.
Vengono usati.
Toccati.
Riempiti.
Lavati.
Riposti.
Ripresi.
Il tempo lascia tracce.
Una superficie cambia.
Un bordo si consuma.
Una forma entra nella memoria.
L’uso non diminuisce il valore dell’oggetto.
Lo modifica.
È qui che Yō no Bi entra in relazione con il Wabi Sabi: nella possibilità che la bellezza non sia una condizione da preservare intatta, ma qualcosa che continua a manifestarsi attraverso il tempo e l’esperienza.
L’oggetto non rimane fuori dalla vita.
La attraversa.
La luce, il vuoto e l’arte della composizione
La materia non esiste mai da sola.
Intorno a una forma c’è lo spazio che la contiene o che ne viene contenuto.
La luce che la raggiunge.
L’ombra che produce.
Il vuoto che lascia.
Che tipo di vuoto?
Che luce? Che ombra proietta?
Nella ceramica, il vuoto è parte della forma.
Una ciotola non è soltanto la sua superficie.
È anche lo spazio che accoglie.
Il bordo definisce un limite, ma allo stesso tempo apre un interno: confine e soglia.
La forma contiene e prende spazio.
Forse è proprio questa relazione tra pieno e vuoto a rendere una forma abitabile.
La forma del vuoto
Il vuoto non è ciò che manca alla materia.
È ciò che la materia rende percepibile. Può essere un vuoto pieno? Che vuoto è? Accogliente? Respingente? Morbido?
Una ciotola contiene perché ha uno spazio interno.
Un vaso esiste anche attraverso lo spazio che lo avvolge.
Il vuoto non è separato dalla forma.
La completa e ha differenti qualità.
Per questo, nella mia ricerca, torno spesso alla relazione tra ciò che appare e ciò che rimane aperto, in sospeso.
Non tutto deve essere occupato.
Non tutto deve essere spiegato.
La luce come presenza
La luce modifica continuamente ciò che vediamo.
Una superficie opaca trattiene la luce in un modo.
Una superficie smaltata la restituisce in un altro.
Un rilievo crea un’ombra.
Una curva scompare e riappare.
Nel mio lavoro fotografico, come nella ceramica, cerco una luce che non definisca completamente la forma, ma la lasci emergere.
Una luce che riveli senza esaurire.
Che permetta alla materia di rimanere materia.
E allo sguardo di continuare a cercare.
Il Wabi Sabi oggi: nella casa, nel quotidiano
Il Wabi Sabi non rimane nella storia dell’estetica giapponese.
Continua a emergere nel modo in cui abitiamo gli spazi, scegliamo gli oggetti, attraversiamo il tempo.
Una tazza usata ogni giorno.
Un tavolo apparecchiato senza eccesso.
Un tessuto che si consuma.
Una superficie che cambia.
La casa registra ciò che accade.
Gli oggetti entrano nella nostra vita e, lentamente, ne diventano parte.
Non tutto deve essere nuovo.
Non tutto deve essere intatto.
Un oggetto può portare i segni dell’uso senza perdere la propria bellezza.
Può cambiare insieme a noi.
Una forma di cura
Forse è qui che il Wabi Sabi diventa più vicino al presente.
Non nel desiderio di possedere meno come regola, né nella ricerca di un’estetica della semplicità.
Piuttosto nella possibilità di prenderci cura di ciò che già esiste.
Riparare.
Usare.
Aspettare.
Osservare.
Lasciare che una cosa possa invecchiare senza considerarla per questo finita.
La cura non ferma il tempo.
Lo accompagna.
E forse anche gli oggetti, come le forme della natura, possono ricordarci questo: non siamo chiamati a conservarci identici, ma ad attraversare il cambiamento.
Una via silenziosa verso la bellezza
Il Wabi Sabi, per me, non offre una risposta.
Lascia aperta una domanda:
quale forma può attraversare il tempo senza smettere di essere viva?
Una forma non immobile.
Non perfetta.
Non conclusa.
Una forma capace di cambiare.
La ruggine continua a depositarsi.
La polvere torna sulle superfici.
I fiori si aprono e poi appassiscono.
Le rughe scrivono i volti.
Le nuvole scorrono.
La casa si assesta.
La ceramica cambia.
Tutto continua a muoversi.
Il Wabi Sabi comincia forse nel momento in cui smettiamo di chiedere alle cose di rimanere come erano.
E impariamo a stare vicino a ciò che cambia.
A prendercene cura.
A riconoscere, nelle crepe e nelle trasformazioni, non soltanto ciò che si perde,
Ma ciò che continua a vivere.
Fonti e approfondimenti
- Leach Pottery — storia della fondazione della Leach Pottery, il percorso di Bernard Leach in Giappone, l’incontro con il raku e la relazione con Shoji Hamada.
- Victoria and Albert Museum (V&A) — approfondimenti sulla Studio Pottery, Bernard Leach, Shoji Hamada e lo sviluppo della ceramica d’atelier nel Novecento.
- The Japan Folk Crafts Museum / Mingei — per il contesto storico e culturale del movimento Mingei e il pensiero di Yanagi Sōetsu.
- The Bernard Leach Archive — per la documentazione relativa alla vita, alla formazione e alla pratica di Leach.
*Nota: che cosa significa Kenzan?
Kenzan non indica una scuola o un grado generico della ceramica giapponese. È il nome d’arte utilizzato da più ceramisti appartenenti a una tradizione familiare e artistica iniziata con Ogata Kenzan (1663–1743), celebre ceramista e artista giapponese del periodo Edo.
Quando Bernard Leach studiò con Urano Shigekichi, questi era conosciuto come Kenzan VI, cioè il sesto ceramista della tradizione che rivendicava una continuità con Ogata Kenzan.
Il riferimento a Kenzan è quindi importante non soltanto come elemento biografico nella formazione di Leach, ma perché mostra la complessità della trasmissione della conoscenza ceramica giapponese: una pratica in cui tecnica, stile, nome e insegnamento passano attraverso generazioni.

