Ceramica Wabi Sabi la via Mingei tra Karatsu e Koishiwara

Piatti in ceramica Wabi Sabi ispirati alla tradizione Mingei di Koishiwara, tornitura manuale con decorazioni ripetitive e imperfette tipiche della ceramica popolare giapponese

 

Febbraio.

Lo studio freddo.

La stufa accesa.

Una tazza di tè tra una prova e l’altra.

Le prime lezioni al tornio.

Terra dura.

Forza.

Ricominciare, ancora e ancora.

Il maestro lavorava nella stanza.

Ogni tanto alzava lo sguardo.

Un’occhiata.

Poi tornava alla sua terra.

Il suono del tornio.

Il ritmo sulla superficie.

Il tempo dell’attesa.

Frustrazione.

Rabbia.

Ricominciare.

Ancora e ancora.

Il corpo imparava i gesti.

Pazienza.

Lasciare andare.


Solo più tardi avrei dato un nome a ciò che stavo imparando.

Non era soltanto una tecnica.

Era un modo di stare nella materia, nel tempo e nel gesto.

Non aveva nulla di spettacolare.

Era fatto di lavoro quotidiano, ripetizione, attesa.


Oggi il Wabi Sabi viene spesso raccontato come un’estetica.

Nella tradizione della ceramica giapponese, prima ancora che un’estetica, è una pratica.

È un linguaggio silenzioso che prende forma attraverso l’uso quotidiano, l’imperfezione accolta e la ripetizione consapevole.

Quando provo a risalire alle radici del mio modo di lavorare, torno spesso alla tradizione Mingei e a luoghi come Karatsu e Koishiwara.

Nel movimento Mingei, Sōetsu Yanagi riconosceva la bellezza negli oggetti dell’uso quotidiano: forme nate per essere usate, non per distinguersi.

È una visione che continua a parlarmi.

Non sono modelli da imitare, ma luoghi  in cui ho riconosciuto qualcosa che già cercavo luoghi come radici vive a cui ancorarmi.


Wabi Sabi e Mingei: una stessa visione

Il pensiero Wabi Sabi e il movimento Mingei condividono una visione profonda: la bellezza non nasce dall’eccezione, ma dalla vita ordinaria.

Gli oggetti nascono per accompagnare la vita quotidiana.

È nell’uso che la loro bellezza si compie.

La ceramica Mingei è una ceramica d’ uso quotidiano.

Non cerca l’eccezione.

Cerca la presenza di chi la usa.

Non cerca l’originalità a tutti i costi, ma la verità del gesto. Ogni ciotola, ogni tazza, ogni piatto porta con sé il segno di una mano che lavora in ascolto della materia, del tempo e del fuoco.

In questo senso, il Wabi Sabi non è un’estetica dell’imperfezione, ma un’ etica della presenza.


Karatsu: semplicità, gesto e materia

La ceramica di Karatsu nasce per l’uso quotidiano. Le forme sono essenziali, spesso asimmetriche, modellate per contenere cibo, tè, gesti semplici. Gli smalti naturali, le pennellate libere, le colature e le tracce del fuoco non vengono corrette: sono parte integrante dell’opera, rimangono parte della forma.

A Karatsu la materia non viene forzata.

Qui il Wabi Sabi si manifesta come sobrietà e spontaneità, come capacità di lasciare che la materia parli.


Koishiwara: ritmo, ripetizione e comunità

A Koishiwara, la ceramica è profondamente legata al gesto ripetuto e al lavoro comunitario. Le tecniche decorative — come il *tobi-ganna o l’hakeme — nascono dal movimento continuo del tornio e da un ritmo che non è mai puramente decorativo.

La ripetizione non è serialità meccanica, ma una pratica di presenza. Ogni oggetto è simile, ma mai identico. La bellezza emerge dal processo, non dall’intenzione estetica.

In Koishiwara, il Wabi Sabi prende forma come continuità, come trasmissione, come fedeltà a un gesto che attraversa il tempo.


Tecniche ceramiche come pratica di presenza

Nella ceramica Wabi Sabi, la tecnica non è separata dall’esperienza. Tornire, smaltare, attendere il forno sono azioni che richiedono ascolto, pazienza e accettazione del limite.

Il fuoco non è completamente controllabile. La terra risponde secondo leggi proprie. In questo dialogo, il ceramista impara a rinunciare al controllo assoluto e a riconoscere il valore dell’inaspettato.

È qui che la ceramica diventa una via di consapevolezza: non solo per il risultato finale, ma per il processo che trasforma chi pratica.


Una pratica viva, oggi

Il Wabi Sabi non appartiene al passato né a un luogo lontano. È una pratica viva, che può essere abitata oggi, nel lavoro con la terra, nel rispetto dei materiali e nel tempo lento del fare.

Nel mio percorso artistico, Mingei, Karatsu e Koishiwara non sono modelli da replicare.

Sono radici che continuano a nutrire il mio modo di lavorare.


* Nota sulle tecniche decorative di Koishiwara

Il tobi-ganna è una tecnica realizzata sul tornio attraverso l’uso di una lama o di uno strumento metallico che incide la superficie dell’argilla ancora in movimento, creando un ritmo di segni e variazioni.

L’hakeme consiste invece nell’applicazione di una barbottina bianca sulla superficie dell’argilla attraverso pennelli o spazzole, lasciando visibile il gesto della mano.

Entrambe le tecniche non sono semplici decorazioni, ma nascono dal rapporto tra movimento, ritmo e materia. Il segno non viene aggiunto alla forma: nasce dal gesto che la accompagna.

Rispondi

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

MANUELA METRA

Manuela Metra è un’artista visiva contemporanea e Wabi Sabi ceramic artist, diplomata presso l’Accademia di Belle Arti San Luca. Da oltre venticinque anni sviluppa una pratica plastico-pittorica che indaga la forza viscerale della materia attraverso la scultura contemporanea, l’estetica zen e i processi della trasformazione. Il suo lavoro prende forma mediante l’impiego di grès naturali, wild clay e pigmenti preparati personalmente. È fondatrice di Celadon – Wabi Sabi Academy, spazio dedicato allo studio della ceramica, alla sperimentazione sulla materia e all’approfondimento del rapporto tra terra, acqua e forma.